La Ballata delle Rive è un’installazione video e audio che rievoca in chiave emozionale la storica Festa delle Rive di Salò, attraverso proiezioni in video mapping e animazioni di Silvio Motta, con musiche e sound design di Claudia Ferretti.
La Schiuma del Lago di Claudia Ferretti e Silvio Motta
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Marta aveva le mani rosse come il sole del tramonto.
Da trent’anni sciacquava i panni sul lungolago di Salò, inginocchiata sui lisci scalini di pietra.
L’acqua di marzo era ancora gelata, ma lei non ci faceva più caso.
Strofinava, torceva, sbatteva il lino contro la roccia con un ritmo che aveva imparato da sua mamma, e sua mamma da sua nonna, e sua nonna da sua mamma. Una preghiera che esiste da sempre.
Le altre lavandaie erano sparite negli anni — chi per la vecchiaia, chi per la lavatrice — e Marta era rimasta sola con il lago e il suo sapone di Marsiglia.
Fu così che cominciò a conoscere Beppe.
Il pescatore arrivava ogni mattina prima dell’alba, con la sua barchetta verde scolorita e le reti cariche di speranza.
Pescava le aole, quei pesciolini argentati che scivolano tra le dita come sogni, buoni solo fritti in olio di luna e mangiati subito, ancora caldi.
Ne portava sempre un secchiello colmo Beppe, con quella faccia soddisfatta degli uomini che hanno un accordo segreto con il mondo.
— Ancora qui, Marta? — le diceva ogni volta, come se si stupisse.
— Ancora lì, Beppe? — rispondeva lei, senza alzare gli occhi dal bucato.
Era il loro saluto da anni.
Un mattino di maggio, Beppe approdò con il secchio stranamente vuoto. Si sedette sul bordo del molo senza dire niente. Marta lo osservò di sottecchi — quella schiena curva, le spalle che si erano arrese a qualcosa.
— Le aole non c’erano? — chiese alla fine.
Beppe scosse la testa, ma era un gesto diverso da quelli di prima. Non la stanchezza di una mattina storta. Qualcosa di più fermo, come una porta che si chiude.
— Non ci sono più — disse. — Non parlo di oggi. Parlo di quest’anno, dell’anno scorso e di quello prima. Tiro su le reti e trovo acqua.
Marta smise di strofinare. Guardò il lago, la sua superficie liscia, e la luce di maggio che sembrava promettere ogni cosa.
— Sarà il periodo — disse, senza crederci davvero.
— L’ho detto anche io, per tre anni.
Beppe aprì le mani vuote come a mostrare una prova.
I vecchi del porto dicono che è l’acqua che si scalda. Che le aole non trovano più da mangiare come una volta e allora se ne vanno in profondità, o non vengono proprio.
I giovani non lo sanno nemmeno, com’erano le retate di una volta.
Marta strizzò un lenzuolo con forza, per non dover rispondere subito. Poi lo stese sulla spalliera di pietra e si asciugò le mani nel grembiule.
— Siediti qui — disse, indicando lo scalino accanto a sé.
Beppe si sedette.
Il lago era liscio e silenzioso, e Salò si specchiava nell’acqua con le sue facciate color albicocca. Per un lungo momento non parlarono, e il silenzio non pesava, ma era un silenzio diverso da quelli di prima. Più vasto. Come se anche il lago stesse trattenendo qualcosa.
— Mio figlio vuole che vada a stare con lui, a Brescia — disse alla fine Beppe. — Dice che sono vecchio.
— Lo sei — disse Marta.
— Anche tu.
— Anche io.
Un altro silenzio. Una piccola barca a vela attraversò il centro del lago come un pensiero distratto.
— Se le aole spariscono davvero — disse Marta piano — sparisce anche una parola. Uno di quei nomi che la gente smette di dire perché non ha più un’immagine a cui attaccarsi.
Beppe annuì. — Mio padre le friggeva con la farina gialla. Mia madre le salava la sera prima. I miei figli le hanno mangiate qualche volta, ma i miei nipoti non sanno nemmeno cosa siano.
— Io sì — disse Marta. — Me le ricordo in bocca.
Restarono così un momento, con quel ricordo tra loro.
— Io NON me ne vado. — Disse Marta alla fine. Finché c’è un lenzuolo da lavare e quest’acqua ce la fa, io RESTO qui.
Beppe annuì lentamente, si rialzò, prese il secchio vuoto e guardò la donna.
— Domani calo le reti lo stesso — disse.
— E io sarò qui a fare schiuma — rispose lei.
Beppe si allontanò lungo la via.
Marta tornò al suo bucato e guardò l’acqua, quell’acqua che conteneva tutto, anche le cose che non c’erano più.
Da qualche parte laggiù, forse, nuotava ancora qualche piccolo sogno argentato. O forse no.
In tanto il lago continuava a fare quello che aveva sempre fatto: contenere tutto, senza trattenerlo. Ma quel giorno Marta si chiese se quella placida pazienza avesse un fondo.
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